venerdì 1 febbraio 2013

Un eroico obiettore: LEONHARD DALLASEGA (Terza parte)


Una straordinaria lezione di fede e coraggio                                             Torna all'inizio dell'articolo
Ho narrato nuovamente questa storia, che molti già conoscono nei tratti essenziali, per una considerazione che non volevo tenere per me ma desideravo condividere con i miei confratelli sacerdoti e che vuol essere una risposta ad una domanda ovvia ed immediata per chi rifletta sul caso Dallasega: perché il caporalmaggiore di Proves ha sacrificato ciò che un uomo ha di più caro al mondo, la vita e la famiglia? Perché non ubbidì al comando dell'ufficiale come fecero gli altri? Ubbidendo, avrebbe tolto da sé stesso anche il sospetto della diserzione e salvato la vita. 
Il monumento ad Ala a ricordo di don Domenico
Mercante e di Leonhard Dallasega
Il Dallasega aveva 32 anni, con in groppa mesi e mesi di servizio militare. Era graduato delle SS, con un titolo che nell'esercito germanico non si assegnava se non ad un soldato abile e capace di responsabilità. I caporalmaggiori e i sergenti erano considerati il nerbo delle compagnie militari, con mansioni importanti e delicate. 
Ad Ala questo caporalmaggiore contestò il comando del capitano e non ubbidì, non per un colpo di rabbia o per un'impennata quasi irresponsabile, ma per una decisione lucida nelle sue estreme conseguenze, presa sul momento, ma certamente non improvvisata. Di sacerdoti il Dallasega ne aveva conosciuti pochissimi, bene uno solo, il buon Parroco di Proves, don Joannes Vigl (1888-1963), presso il quale una zia della sua sposa, Amalia Marzari di Nuova Ponente, era in servizio da diversi anni come governante. Anche i parroci di Lanza. don Stefano Pegolotti, e di Marcena, don Albino Dalrì, e don Joannes Hillebrand di Lauregno erano conosciuti dalla famiglia Dallasega e onorati di profondo rispetto; ma con don Vigl Leonhard era in frequente e filiale contatto. Don Vigl era una persona eccezionale, un vero uomo di Dio, molto intelligente e austero, lodato dal Vescovo ausiliare di Trento nella visita pastorale del 1937 "per la preparazione catechistica e in genere per lo zelo"; uomo severo ed esigente con se stesso, aveva un cuore aperto e una mano generosa, era stimato ed amato dalla popolazione di Proves sparsa in venti casolari distanti dalla chiesa anche un'ora di cammino, perché sperimentava la sua carità e la sua saggezza. Parlava con parola convinta e convincente di Dio e dei comandamenti di Dio e sapeva tener viva la coscienza, stimolandola a fare il bene e a combattere il male. In chiesa annunciava con fermezza le verità della fede; fuori, nel contatto con le famiglie, per lui la sua gente era fatta di santi. Questo rispetto ed interesse gli conquistarono il cuore e la gratitudine dei fedeli. 
Il caporalmaggiore Dallasega, osservando don Mercante lungo il penoso cammino di oltre venti chilometri dalla montagna ad Ala, pensò certamente al parroco del suo paesello, posto lassù in alto, nella Valle della Pescara, su un pendio di montagna abbastanza simile a quello di Giazza. Fucilare don Mercante sarebbe stato come fucilare il suo parroco. Non poteva fare questo; e lo disse con l'angoscia nel cuore, sapendo quello che gli toccava, pensando alla sposa ed ai bambini. Ebbe il sovrumano coraggio di opporsi al comando del capitano, di rispondere che lui non avrebbe fucilato un prete: "Das ist Mord!" (Questo è un assassinio) disse. 
Il capitano reagì freddamente e non ebbe pietà per il caporalmaggiore. Era probabilmente uno di quei fanatici ed esaltati nazisti che vedevano negli Ebrei, nei comunisti e nella Chiesa Cattolica i principali oppositori del nazionalsocialismo e la causa maggiore della sua disfatta. Il pensiero che la guerra era ormai finita, che di sangue tedesco ne era stato versato fin troppo, a fiumi, per le contrade europee, che ogni soldato superstite desiderava in quelle ore tornare in fretta a casa ed evitare la prigionia, che una fucilazione non aveva alcun senso ed era del tutto inutile, non trovò spazio nel suo animo indurito ed accecato dall'odio e dal risentimento. Il suo ordine, secco e brutale, di eliminare tutti e due, prima il parroco e poi il soldato, senza processo, trovò uomini sorpresi e turbati da quanto stava accadendo ma disposti ad obbedire. 
Conosciamo la maledizione della guerra: su ogni fronte, e dall'una e dall'altra parte, porta crudeltà, massacri, manifestazioni violente di odio delirante contro esseri innocenti come sono i bambini e i vecchi. In ogni esercito vi sono dei balordi spregiudicati che, armi alla mano, commettono ogni sorta di iniquità, in preda al sadismo più nero ed al cieco odio. Anche nell'esercito tedesco vi furono non pochi criminali. Il crimine poteva disporre della ferrea disciplina, imposta alla truppa: un assoluto che si identificava con la pronta e totale ubbidienza al comandante. "Befehl Ist Befehl" comando è comando, e non si tolleravano discussioni. Così anche il delitto diventava possibile. Per l'ordine di un colonnello furono trucidati migliaia di innocenti a Marzabotto, come furono fucilati con giustizia sommaria soldati tedeschi per aver violentato una donna italiana. Limitandoci ad Ala, teatro del nostro dramma, è noto che il 26 aprile un graduato tedesco uccise due soldati in una stanza dell'Albergo "Alpino" alla Sega, perché tardavano a seguire il reparto in ritirata, e il giorno dopo un ufficiale, mentre pranzava in Casa "de Gresti" freddò con un colpo di pistola un collega di nome Küfel che aveva espresso dubbi sulla vittoria finale, accusandolo di disfattismo: episodi significativi, per spiegare il clima esistente nei reparti militari tra uomini logorati e abbruttiti da cinque anni di guerra. 
Il caporalmaggiore Dallasega non si fece illusioni in quel pomeriggio del 27 aprile. Nella sua qualità di interprete e porta ordini aveva incontrato più occasioni per osservare quanto fosse inflessibile ed inesorabile la legge di guerra, e come il semplice sospetto, con l'accusa di alto tradimento diventasse fatale. Ma davanti alla decisione del capitano di uccidere don Mercante, il Dallasega non tacque, si ribellò ben conscio di quanto poteva toccargli. La sua grandezza è qui, in questo intervento coraggioso a difesa di un innocente, per impedire un delitto, anche a costo di sacrificare se stesso. 
Con questo racconto e nella breve analisi dei fatti non si vuol affermare che i soldati che hanno ubbidito all'ordine del capitano fucilando parroco e camerata siano stati dei vigliacchi. Chi ha fatto o solo visto e conosciuto la Seconda Guerra Mondiale sa che sul comportamento del soldato tedesco in genere si possono raccontare molte cose contrastanti, ma non si potrà mai affermare che sia stato un vile. Ma da dove veniva quel loro duro e così spesso brutale comportamento? I reparti tedeschi erano formati per lo più da giovani e da uomini che avevano nell'animo i sentimenti dell'uomo comune, amante della pace, della casa, della famiglia, della sua verde terra natale. Chi avesse dei dubbi al riguardo, legga le ultime lettere dei combattenti nella bolgia di Stalingrado, per scoprire con che sentimenti migliaia di soldati andavano in linea a morire. C'è in esse qualche cosa di sconcertante e paradossale! Come mai uomini che rivelavano sentimenti così profondamente umani e nobili, pur sapendo di essere costretti a morire senza ragione in una guerra folle, subivano fatalmente quel loro tragico destino? 
Erano soldati vincolati da una ferrea disciplina e suggestionati da un solenne giuramento alla bandiera, educati ad un esasperato senso del dovere che anteponevano a qualsiasi altra considerazione. E a questi fattori si dovette purtroppo anche il prolungarsi di una guerra persa con un'accanita e disperata resistenza contro le forze di un avversario divenuto enormemente superiore in numero di uomini e mezzi. 
Possiamo dunque capire i compagni del caporalmaggiore Dallasega, e quelli che formarono il plotone d'esecuzione e quelli che videro e tacquero anche in seguito. Hanno titolo a grosse attenuanti ed a quella comprensione che si deve a chi, senza desiderarlo, è tenuto ad operare in un diabolico meccanismo che impone di ubbidire fino ai limiti dell'assurdo. Appunto per questo e a maggior ragione, Leonhard Dallasega, contestando un ordine giudicato ingiusto ed iniquo e pagando con la propria vita, compì un atto di eccezionale coraggio e di non comune grandezza. Perché lo fece? Da dove gli venne tanta audacia? Non c'è che una risposta: dalla sua coscienza di credente, di cristiano, da una fede profondamente radicata che si conservò intatta anche nelle violenze della guerra. Non per nulla teneva in tasca il rosario e conservava sotto la camicia la crocetta ricevuta dal suo parroco nel giorno della Prima Comunione. 
A noi pare di poter leggittimamente affermare che il gesto eroico finale del Dallasega non fu una improvvisazione, ma scaturì, in quel momento, da un impulso intimo e lucido come risultante di una visione della vita e delle vicende umane che si trova unicamente nella mente e nel cuore del credente. Non ubbidì perché era, anzitutto, un uomo, un giovane cattolico, figlio di una famiglia religiosissima di forte carattere; custodiva uno spazio di libera coscienza e sapeva affermare e testimoniare nella bufera della guerra, quando era travolta ogni barriera morale e umana, il valore e la grandezza del bene contro il male. 
Il Dallasega non era nato per fare l'eroe. Non c'era in lui né esaltazione né fanatismo. Era, come i più, un uomo obbligato a portare una divisa militare, che tiene tra i pochi documenti personali la fotografia della sua donna, della madre dei suoi figli, ben protetta in un astuccio di vetro. Il suo pensiero e la sua preoccupazione e il suo amore erano sempre lì, con lei, con i suoi cari. 
Nell'ultima breve licenza di un anno prima, a Proves, aveva ripetuto alla sposa di non farsi illusioni sul suo domani, perché, con ogni probabilità, non si sarebbero più riveduti. Aveva la sensazione di una fine apocalittica che giustamente avrebbe travolto l'esercito tedesco. Vi accenna anche nell'ultima lettera scritta pochi giorni prima della morte. L'aveva datata così: "C.V. 22,4,1945, 11h Vorm.", indicando con l'esattezza del contabile il luogo, la data e l'ora antimeridiana. La lettera è scritta in un tedesco semplice e corretto, con una grafia obliqua, regolare e chiara. A leggerla non si direbbe che lo scrivente abbia frequentato solo la IV Elementare. Nel saluto "Meine Lieben alle!" (Miei cari tutti) abbraccia ognuno dei suoi cari: la moglie, i due genitori e le sorelle. Parla della difficile situazione in cui si trova, dell'impossibilità di avere in quel periodo anche una breve licenza, accenna ad una eventuale "Dienstreise", ad un "viaggio di servizio", come era avvenuto un paio di volte, durante il quale si era preso alcune ore per raggiungere Proves. Afferma di essersi procurato della stoffa per un vestito invernale e di sperare di farla giungere a casa via Merano. Chiude con le parole: "Sarei felice se potessi uscirne ameni vuote ma salvo. C'è spesso qui una situazione paurosa, che ti stronca i nervi. Ora stanno tornando «die Aluminiumsvogel» (gli uccelli d'alluminio, i bombardieri) e devo terminare. Siate tutti singolarmente molto intensamente e sincera-mente baciati dal vostro Leonhard. Tanti saluti a Lisi e Ewald. Saluti ai Vicini"
È l'ultimo scritto e contiene le vere, autentiche ragioni della sua esistenza che venivano ora distrutte da un ordine insensato. A queste pensava il Dallasega quando rinfacciava al carnefice la crudeltà disumana della sua barbara azione che ammazzava ingiustamente un padre e rendeva orfani quattro bambini. Cadde vittima di un sistema violento che fondava il suo potere sul terrore e sul sangue; cadde da eroe e da martire, perché eliminato in odio alla religione cattolica. 
Abbia ora quella lode e quella gloria che merita per la straordinaria lezione di fede e di coraggio offerta. Anche nel cuore di noi, sacerdoti trentini, si mantenga vivo a riguardo di questo figlio della nostra terra dall'anima bella e grande, di questo nostro alpino, un sentimento di commossa gratitudine per l'alto concetto che serbava del nostro sacerdozio. 
La sua famiglia in particolare ed il suo paese possono essere altamente orgogliosi di lui. E al riguardo ci congratuliamo con il figlio Ewald, che lavora attualmente in Germania, per quanto ha scritto sul suo genitore in un libretto pubblicato con il titolo "Der Held von Giazza", (L'Eroe di Giazza). Contiene pagine che sorprendono per l'affettuoso e ammirato ricordo che nutre verso il genitore mai visto ma conosciuto attraverso i dolorosi racconti della madre. Ed è giustificato e gratificante l'invito che rivolge al lettore di visitare, almeno una volta in vita, durante un viaggio o una vacanza, un cimitero di guerra, luogo sacro che ti dà un'immensa tristezza ma particolarmente adatto alla riflessione e alla riconciliazione degli animi. 
Facciamo nostra la sua preghiera finale "Signore, è stato versato così tanto sangue innocente, perdona a coloro che fecero del male, dona a noi uomini la tua pace!". Don Joannes Vigl, parroco di Proves dal 1922 al 1958, morì ad Appiano nel 1962 senza conoscere la fine di questo eroico parrocchiano. Certamente ne sarebbe stato commosso ed edificato fino alle lacrime. 

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