martedì 12 febbraio 2013

8. Napoleone ed il Trentino. La rivolta


Nella primavera del 1792 pareva che la Rivoluzione francese dovesse soccombere sotto la duplice minaccia dello sfacelo interno e dell'invasione straniera. Fu allora che in seno all'Assemblea legislativa alcuni membri del gruppo più attivo, quello dei Girondini, formato da giornalisti e avvocati della borghesia ricca e illuminata, insorsero a parlare di guerra, della necessità della guerra, per risvegliare lo spirito rivoluzionario e rianimare il popolo: «Saremo tranquilli — dissero — quando l'Europa sarà in fiamme... Spegneremo le torce della nostra discordia nel fuoco dei cannoni e delle baionette». 
Da quel momento l'esercito divenne l'arbitro delle sorti nazionali, la rivoluzione finì e cominciò la guerra, una guerra che durerà ventidue anni, sconvolgendo più volte l'Europa, con rovine e stragi folli. 
Napoleone Bonaparte
Nella tarda estate del 1796 il generale Napoleone Bonaparte portò la guerra nel Trentino. Informatissimo, com'era, sulla presenza delle forze avversarie, sulla loro entità e sulle loro mosse, Napoleone ritenne necessario rivolgere al popolo trentino-tirolese un proclama dal suo quartiere generale di Cortona, in data 14 giugno: «Aux habitants du Tirol! Passerò sul vostro territorio, coraggiosi tirolesi, per obbligare la Corte di Vienna ad una pace necessaria per l'Europa. L'armata francese rispetta e ama tutti i popoli, soprattutto gli abitanti semplici e virtuosi delle montagne..., ma se c'è chi non conosce abbastanza bene i suoi veri interessi per prendere le armi e trattarci da nemici, saremo terribili, come il fuoco del cielo, bruceremo le loro case e devasteremo il territorio dei villaggi che prenderanno parte ad una guerra che non li riguarda». 
Fu avvertito quanto prima che né lusinghe né minacce erano andate ad effetto, anzi, pareva avessero ottenuto il risultato contrario: dalla Rendena al Primiero tutte le comunità delle valli erano in fermento formando compagnie di bersaglieri volontari per opporsi alla sua entrata. Inviò allora un secondo truce proclama, in data 30 agosto: «Noi non passiamo sul vostro territorio che per obbligare la Corte di Vienna ad arrendersi... Tirolesi! Qualunque sia la vostra condotta passata, ritornate ai vostri focolari... I comuni, le di cui compagnie tirolesi non si saranno ritirate alle loro case al nostro arrivo, saranno incendiati, gli abitanti saranno presi in ostaggio e mandati in Francia. Tutti i tirolesi che fanno parte dei Corpi Franchi, presi con le armi alla mano, saranno sul momento fucilati». 
Si direbbe che Napoleone temesse di più queste compagnie di bersaglieri che l'esercito imperiale austriaco. Ne intuiva la nuova pericolosa forma di lotta partigiana. Di fatto, gli attacchi inattesi dai fianchi dei monti, gli agguati, i colpi di mano sui servizi logistici e, soprattutto, l'abile tiro dei bersaglieri cacciatori contro ufficiali e tamburini, bene individuabili nelle loro sgargianti uniformi, causarono gravi perdite alla truppa francese. Pare che oltre 400 ufficiali siano stati eliminati nelle invasioni dell'autunno 1796 e della primavera del 1797. 
Il comando francese diede ordine di fucilare i primi quattro bersaglieri fatti prigionieri alle porte di Trento. I loro corpi furono seppelliti nel cimitero di Piedicastello e i loro nomi registrati nei libri parrocchiali. Questo vile episodio suscitò un'eco profonda ed entrò nel vivo della storia trentina, perché se nelle intenzioni del comando francese avrebbe dovuto annientare la volontà di resistenze e di lotta delle popolazioni, esso operò, invece, l'effetto opposto, coprì di ridicolo e di disprezzo gli ideali della Rivoluzione, provocò reazioni e la volontà di vendicare gli sfortunati compagni. 
Allora il generale Jaubert, incaricato da Napoleone della seconda invasione, intervenne nuovamente con un terzo rabbioso messaggio in data 15 febbraio 1797, per stroncare con il terrore la resistenza dei corpi franchi: «Dichiaro che considero come nemici dei Francesi tutti i padri di famiglia, i cui figli sono arruolati nelle compagnie dei bersaglieri tirolesi; saranno imprigionati e i loro beni confiscati a profitto della Repubblica». Solo pochissimi abbandonarono la lotta per il timore di rappresaglie sulla famiglia; la massa restò e combatté. Il 2 aprile, nello scontro a Spinges, a nord di Bressanone, Jaubert subì un clamoroso smacco, con 700 caduti e altrettanti feriti, che gli fece esclamare: «Maledetti tirolesi! Maledetti contadini! A Rivoli non ho mai avuto tanti morti come qui a Spinges». (Continua)


2 commenti:

  1. La data del secondo proclama, "13 Fruttidoro 1796", corrisponde al 30 Agosto, non al 3.
    Grazie per le informazioni sulla natura volontaria dei corpi di bersaglieri.
    Cordiali Saluti

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  2. La ringrazio per l'informazione.. errore di battitura.

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