lunedì 25 marzo 2013

Il collegio vescovile nella bufera della II Guerra Mondiale



L'Europa in fiamme 

Il 28 ottobre 1938 a Roma Benito Mussolini, capo della dittatura fascista, diceva così al Ministro degli Esteri di Germania, Joachim von Ribbentrop, arrivato nella capitale per sollecitare la firma del patto tripartito italo-tedesco-giapponese: «Non dobbiamo fare un alleanza puramente difensiva... vogliamo fare un'alleanza per cambiare la carta geografica del mondo»: una comune politica di aggressione, dunque, in forza della quale le truppe tedesche occupano, nel 1938, l'Austria e, l'anno seguente, la Cecoslovacchia. Mussolini non è meno imperialista e il 7 aprile 1939 conquista l'Albania; un mese dopo, il 22 maggio, viene firmato a Berlino dai rispettivi ministri degli Esteri il «Patto d'Acciaio» e nasce così l'Asse Roma-Berlino, un'alleanza che vuole realizzare un nuovo ordine nel mondo. La Seconda Guerra Mondiale scoppia in Europa il 1 settembre 1939, allorché il dittatore tedesco Adolf Hitler dà ordine a sessanta divisioni di invadere la Polonia. In tre settimane l'eroica nazione è in ginocchio, per due terzi sotto il tallone germanico, per un terzo sotto quello russo; il 3 settembre Inghilterra, Canada e Francia dichiarano guerra alla Germania. Il grande incendio, che per sei anni devasterà il mondo, è cominciato. Prevenendo una pericolosa mossa inglese e francese, il 9 aprile 1940 Hitler occupa la Danimarca e la Norvegia: la prima cede subito, la seconda, con l'aiuto della flotta inglese, resiste fino a giugno. Il 10 maggio le divisioni corazzate tedesche irrompono in Olanda, nel Lussemburgo e nel Belgio e penetrano a fondo nel suolo francese. Il mondo assiste attonito alla resa della Francia e Hitler è ormai convinto nella sua sconfinata ambizione, di aver presto tutta l'Europa ai suoi piedi.
Il duce italiano, Mussolini, non vuole essere da meno del fuehrer tedesco, ambisce a prendere parte alle sue vittorie e sogna di sedersi, come vincitore, al tavolo dei negoziati di pace per la nascita della nuova Europa. Nel tardo pomeriggio del 10 giugno 1940 rivolge agli italiani un roboante discorso «Combattenti di terra, di mare e dell'aria, ascoltale! Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria! La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia»
In quelle ore la Francia era mortalmente ferita, agonizzante, e la Gran Bretagna si trincerava nelle sue isole. Chi scrive allora aveva diciannove anni e frequentava la seconda classe del Liceo classico. Era stato dal dentista e se ne tornava in collegio quando trovò piazza Duomo gremita di gente in attesa del discorso del Duce. Si fermò anche lui, ascoltando in silenzio con un misto di orgoglio e di trepidazione. Solo un settore di sfegatati applaudì alla fine, mentre l'altoparlante diffondeva le note dell'inno fascista. Mi sorprese l'espressione di un anziano signore davanti a me che non attese oltre e si mosse mormorando: «La guerra è cominciata! Ora ne siamo certi: ma come finirà?». Lo fermai dicendogli: «Ma, signore, cosa dice? Non c'è dubbio che la guerra finirà con la nostra vittoria!». L'uomo mi fissò un attimo attentamente, poi soggiunse: «Sei giovane, figliolo, aspetta un po'e vedrai». Non vedemmo subito, ma venimmo a saperlo presto, che l'avventura della guerra poteva tradursi in una catastrofe. Il 21 giugno oltre trecentomila soldati italiani affrontarono sulle Alpi occidentali il debole dispositivo francese di novantamila uomini con il proposito di sfondare e scendere nella vallata del Rodano. L'offensiva italiana avanzò soltanto di due chilometri, con la perdita di oltre seimila combattenti contro i duecentocinquantaquattro francesi. L'immediato bombardamento di Genova e di Torino ci fece capire che il conflitto non avrebbe riguardato solo i soldati al fronte, ma avrebbe minacciato tutti, anche coloro che erano a casa. 
La guerra investì dapprima con maggiore virulenza le colonie africane, la Libia e l'Abissinia. Dopo qualche conquista iniziale ogni nostra velleità fu bloccata dalla superiorità in uomini e mezzi degli inglesi e incominciarono le fasi della sconfitta totale per l'impero italiano. Mussolini è alquanto mortificato dai successi tedeschi in Europa e il 15 settembre 1940 decide di attaccare la Grecia, accusata di parteggiare per l'Inghilterra e di nutrire sentimenti ostili alla nazione italiana. Fu un'infelice campagna che costò al nostro Paese ottantamila vittime e tanta vergogna e che si concluse nell'aprile del 1941 con il travolgente, vittorioso intervento, durato appena dodici giorni, di un'armata tedesca attraverso la Jugoslavia e la Grecia. 
L'Europa è in fiamme. Il 20 maggio 1941 reparti di paracadutisti tedeschi occupano Creta, non senza gravi perdite. Un mese dopo, nel pomeriggio del 22 giugno, centoquarantotto divisioni germaniche con il sostegno di truppe romene, ungheresi, finlandesi, italiane e spagnole attaccano senza preavviso la Russia di Stalin e avanzano rapidamente verso Mosca e il Caucaso. Nel tardo autunno, il 7 dicembre, anche il Giappone entra in guerra bombardando a tradimento le isole Hawai americane.
Il 1942 sembra decisamente favorevole all'Asse Roma-Berlino-Tokio. Si attacca e si avanza dappertutto, nel Pacifico, in Russia, in Nord Africa. Ma con il 1943 arriva la svolta decisiva: soverchianti forze inglesi, americane e canadesi occupano tutta l'Africa settentrionale e in luglio sbarcano in Sicilia. Il 24 luglio, con l'arresto di Benito Mussolini, avviene il crollo del regime fascista in Italia. In Russia, il 1° febbraio, le truppe tedesche si arrendono a Stalingrado e lungo l'enorme fronte, dal Baltico al Mar Nero, inizia il lento e combattuto ripiegamento che durerà 20 mesi. 
In occidente il 4 luglio 1944 gli Alleati entrano in Roma. Mentre migliaia di aerei bombardano giorno e notte la Germania, il generale Dwight D. Eisenhower, comandante supremo di tutte le forze alleate, concentra quasi tre milioni di combattenti sulla costa meridionale dell'Inghilterra, con montagne di munizioni nascoste nelle foreste e con cinquantamila veicoli, fra carri armati, semi cingolati, autoblindo, autocarri, jeep e ambulanze, pronti per essere trasportati sul continente. Sulla Manica sono raccolte cinquemila unità navali, la flotta più potente che avesse mai solcato i mari, che si accingono a partire verso la Francia su rotte ben precisate. Eisenhower fissa lo sbarco in Normandia per le prime ore di martedì 6 giugno: è il D-Day, la più grande operazione militare di tutti i tempi! In quel mattino, diverse centinaia di aerei e alianti superano lo sbarramento di fuoco della contraerea tedesca e portano migliaia di paracadutisti americani, inglesi e canadesi sul suolo francese, dietro il vallo atlantico. Grosse navi da guerra inglesi e americane aprono il fuoco, sulle spiagge di loro competenza, martellando e distruggendo a una a una le opere di difesa tedesche. A completare l'opera in profondità, sul far del giorno, compaiono undicimila bombardieri e caccia alleati che, a ondate, bombardano le zone di invasione e l'entroterra. Troppo tardi le forze corazzate tedesche reagiscono per rigettare in mare gli Alleati. Sul far della sera circa cinquantamila uomini sono già sbarcati e ne stanno per arrivare altre decine di migliaia. L'inizio della fine della Seconda Guerra Mondiale: la Germania sarebbe capitolata in meno di un anno, il Giappone quattro mesi dopo. (Continua)



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